Porte aperte in Radioterapia per illustrare i percorsi terapeutici dei pazienti oncologici e approfondire, con le aziende stesse, le ripercussioni del periodo di cura nel mondo del lavoro.

Il fine è guardare la malattia con gli occhi dell’imprenditore e cercare le soluzioni che meglio si conciliano con la vita dei pazienti.

Il primo incontro si è tenuto martedì 18 giugno nei locali della Radioterapia dell’Ospedale Maggiore di Parma con i direttori della Radioterapia Nunziata D’Abbiero e dell’Oncologia medica Francesco Leonardi, la psicologa Cecilia Sivelli e i Responsabili Risorse umane e Comunicazione di importanti aziende del territorio.

Tra le persone che si ammalano di tumore, una su tre è in età lavorativa. E conciliare tempi di cura con la vita professionale spesso è difficile, per molti impossibile.

Secondo il Rapporto 2019 della Federazione Associazioni di Volontariato in Oncologia (Favo) il 20% dei lavoratori colpiti da malattia oncologica ha dovuto abbandonare il lavoro o chiedere il prepensionamento, mentre il 10 per cento ha dovuto ridurre l’orario di lavoro. Il 5,5% di loro, il lavoro lo ha proprio perso.

Le statistiche sono aridi numeri, ma utili a fotografare un disagio dichiarato dagli stessi pazienti. Tra i problemi principali che hanno dovuto affrontare dopo la diagnosi di tumore, le difficoltà psicologiche con ricadute legate al lavoro, ai rapporti sociali e alle disponibilità economiche. Pur essendo consapevoli delle difficoltà che possono emergere durante le terapie e delle assenze a cui sono costretti, la quasi totalità degli intervistati ritiene che continuare a lavorare sia fondamentale per combattere con più grinta il tumore.

Se è vero che oggi di tumore si guarisce con maggiore frequenza di un tempo – spiega il prof. Francesco Leonardi direttore dell’Oncologia medica dell’Ospedale Maggiore di Parma – è altrettanto vero che si deve convivere con la malattia più a lungo. E grazie alle nuove terapie antitumorali si possono raggiungere buoni livelli di qualità della vita con tempi di recupero anche in ambito lavorativo più veloci rispetto a qualche anno fa”.

Spesso la diagnosi di una malattia neoplastica comporta nel paziente una crisi d’identità – spiega la psicologa Cecilia Sivelli – venendo a creare uno spartiacque indelebile “tra un prima e un dopo”. Ma la persona che si ammala, pur essendo portatrice di nuovi bisogni e necessità, continua ad essere la ‘Persona’ che è sempre stata. Ecco allora che la propria realtà lavorativa rappresenta spesso, per il paziente, un aspetto nevralgico e prezioso da preservare e mantenere attivo, affinché sia conservata una parte importante della propria persona: quella in grado di svolgere il proprio ruolo professionale e di attribuire ad esso un proprio significato esistenziale”.

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